JOGLAR
SNATCH'S CHARACTERS


Tempo fa chiesi a Joglar:
"Sto scrivendo quel romanzo di cui ti dicevo, presente? Però appaiono diverse puttane, personaggi secondari, me ne vuoi presentare qualcuna?"
Jo, Aurora e Thérèse sono suoi. Jo è rimasto uguale a sé stesso, rimanendo uno dei personaggi cardine del romanzo - DaDa - mentre Thérése è stata spunto per un altro personaggio.
Aurora è stata soltanto nominata, ma va ringraziata.
E va ringraziata Joglar, per scrivere ciò che scrive.







novembre


La risata mi giunse prima dello schiaffo dei capelli.
- Non essere sciocca, Thérèse. Non volevo mica sposarlo. Era solamente un povero diavolo, probabilmente non aveva neanche famiglia (e in ogni caso, l'aveva mollata per vagabondare come un cane randagio), perciò non ci sono problemi.
Se non avessi fatto la puttana, probabilmente sarei diventato uno scrittore.
Fin da bambino, adoravo tracciare i miei pensieri sulla carta, e soprattutto rileggerli mi procurava un certo stranissimo piacere.
Per quel poco tempo che avevo studiato (ho abbandonato la scuola quand'ero in terza media), ricordo che i miei insegnanti incoraggiavano la mia attitudine, ed io ne andavo fiera. Beh, fiero, all'epoca.
- Con quello che mi ha lasciato, potrei comprarti uno di quei mattoni colorati che tanto ami, tesoro… che ne dici del "Paradiso perduto" illustrato da qualche malinconico pittore romantico?
Avevo conosciuto Aurora (un nome da romanzo, vero? L'avevo notato subito) quando avevamo dodici anni, e l'avevo classificata all'istante come "soggetto inutile".
Gravitava a intermittenza nella nostra compagnia di allora (un gruppo promiscuo, io avevo una ragazza che si chiamava Rebecca), e all'inizio ci scambiavamo sì e no due parole di circostanza ("ciao"-"ci vediamo", erano le più frequenti).
Un giorno ci ha invitati tutti a casa sua ("niente paura, i vecchi non ci sono"), lei aveva fatto ubriacare tutti i ragazzi e se li era portati a letto. Ricordo che anch'io me l'ero scopata, e per questo Rebecca non mi aveva parlato per settimane… e ricordo anche che, mentre mi trovavo sopra di lei, e stringevo i suoi capelli biondi nel palmo, l'altra mano sul seno, lei aveva accostato le labbra al mio orecchio, aveva detto "stringimi più forte, sembri una checca"; e io ero venuto proprio in quel momento. Per giorni il sorriso sarcastico che le aveva storpiato la bocca quando ero uscito da lei mi aveva assillato la mente.
- Ehi, a che pensi, stronzetta? Non voglio che tu ti distragga mentre ti parlo.
- Sto pensando che se la Mamma scopre quello che hai fatto, ti caccia a calci. E farebbe bene.
- Se "scoprisse", amore, se "scoprisse" mi "caccerebbe"… possibile che azzecchi un condizionale su tre?
Mi ero stupito moltissimo vedendo il posto dove abitava Aurora: una villa faraonica, con tanto di vialetto perfettamente picchiettato di ghiaia e bordato di alberi lunghi e sottili, simili a cipressi, ma "non sono alberi da morto, stronzo" aveva tenuto a precisare lei quando le avevo esposto il paragone.
A soli dodici anni quella ragazzina aveva un insegnante personale, che le dava lezioni private a casa, e si era già letta una fetta incredibilmente grande (per una della sua età) della biblioteca di suo padre - una sterminata biblioteca, migliaia di libri, scaffalature in legno scurissimo (non gliel'ho mai chiesto per evitare una seconda figuraccia, ma ho sempre pensato che si trattasse d'ebano)… insomma, mi era bastato vedere casa sua per imparare a detestarla ed invidiarla al tempo stesso.
Tempo dopo, (mesi, un anno? Non ricordo più, sono trascorsi secoli, ed io per fortuna dimentico in fretta), Rebecca mi aveva lasciato (nonostante sia passato tanto tempo, di lei mi ricordo bene, perché è stata la prima ragazza con la quale abbia fatto sesso, e la prima che mi abbia detto "ti amo", con tanto di guancette rosse e labbra tremanti), e quando me l'aveva detto ("ti lascio, sono innamorata di Sebastian"), io ero scoppiato a piangere davanti a lei (io, che non piangevo quasi mai, come del resto tutti i maschi della mia età), davanti a tutti quelli che passavano sotto casa mia quel giorno, senza sapere per quale motivo. Lei si era morsa le labbra, aveva scosso un po' i capelli lunghi e si era data arie d'importanza e falsa durezza - lo sapevo che ci stava un po' male, dopotutto - e mi aveva detto "cresci, sei troppo sentimentale".
Da quel giorno avevo preso a scopare regolarmente con Aurora.
- E comunque non verrà a sapere niente, vero…? Il vecchio è morto d'infarto, mi si crederà sulla parola… chi vuoi che si prenda la briga di fare un'autopsia a quel miserabile barbone?
-... no.
Avrei giurato che un'ombra di paura le fosse passata sul viso truccato.
- No… cosa?!
- Non era vecchio. Aveva solo trentanove anni.


La prima cosa che avevo invidiato di lei era la sua parlantina.
A parte la costante di non si rivolgersi mai a qualcuno senza prima apostrofarlo in qualche modo (i suoi esordi preferiti erano cose come "ehi stronzo" oppure "senti, puttanella", ma poteva anche scegliere un più dolciastro "amore" o "tesoro mio"), caratteristica che peraltro le sarebbe rimasta - adoravo il modo impeccabile con cui si esprimeva. Nessuna incertezza nell'incedere della sua voce, nessuna coniugazione sbagliata. A metà fra il disprezzo e l'ammirazione, mi ero trovato coinvolto con lei in un sentimento più grande di quanto potessi capire, anche più del pianto improvviso per la fine del rapporto con Rebecca.
- Come lo sai, zucchero? Che non era così vecchio, intendo…
- Oh, era abbastanza conosciuto, nei dintorni. Una o due volte devo anche avergli parlato…
- Beh, pazienza, quel che è fatto è fatto. E poi, tutti questi bigliettoni faranno certo più comodo a me che a lui, non credi? Ce la spassiamo per almeno una settimana, tesoro. Vino degno di questo nome, finalmente…
Non mi piaceva neanche molto - fisicamente, intendo. Era un po' troppo cicciotella e femminile per i miei gusti. Persino troppo seducente per attrarmi. Però ci andavo a letto comunque. Il sesso per noi del gruppo era un po' come il torneo di bridge settimanale per i genitori di Aurora: stucchevole routine.
Non stavamo insieme (penso che mi sarei annegato nel primo fiume, in quel caso), ma mi sentivo quasi… obbligato a quel rapporto. Quando scopavo con Rebecca era tutto molto… beh, molto tenero, suppongo, ma con Aurora godevo. Stranezze della vita. Ripensandoci oggi, mi piace pensare che fossi in qualche modo destinata al piacere senza amore.
- Tesoro, ti si è sbavato il rossetto. Ma la smetterai una buona volta di morderti le labbra? A nessuno piace baciare una bocca che si sfalda al primo tocco di lingua.
Aurora è stata la prima a mettermi del trucco addosso.
Un giorno, mentre dormivo nel suo letto, mi ha tracciato una spessa linea fucsia sulla guancia col rossetto di sua madre, e poi ha spennellato le mie ciglia di mascara. Quando mi sono svegliato è scoppiata a ridere, e io, che non capivo, l'ho mandata a quel paese e me ne sono andato. Una volta a casa, mio padre mi ha tirato talmente tanti schiaffi e bestemmie che ho faticato a trovare le tracce di rimmel sotto gli occhi pesti.
A quattordici anni, lo ricordo bene, lei ci ha riprovato, questa volta con me sveglio. Si scostava dai miei baci, insistendo per mettermi prima il rossetto sulle labbra; alla fine ho acconsentito, e da quella volta in poi l'abbiamo sempre fatto così. Le prime volte era soltanto un po' di rossetto, poi è passata al fard, fino a coprirmi tutta la faccia di trucco; e via di questo passo, fino a farmi indossare i completini che sua madre teneva nel cassetto in camera dei suoi.
"Se si rompono dirò che sono stata io" mi sussurrava ridendo mentre praticamente me li strappava di dosso per spogliarmi…
- Bene, stronzetta, seguita pure a non starmi a sentire, vaffanculo, andrò a cercarmi qualcun altro meglio disposto di te!
Credo che mi avesse sempre fatto paura. Arrogante, insensibile, morbosamente appassionata. Forse sapevo già dove mi avrebbe condotto quel legame… ma no, in realtà no. In fondo, col senno di poi è facile ricamare contorni alle situazioni già vissute, e a me in particolare piace farlo perché lo trovo molto romanzesco.
- Thérèse…?!
A diciassette anni mi sono prostituito per la prima volta.
- Thérèse, cazzo, mi senti…?!
A venti, un mio particolarmente facoltoso ammiratore mi ha pagato l'operazione che ha trasformato Kiljian in Thérèse.
- Sì, che ti sento, che razza di rompicoglioni sei…
A ventidue, attualmente, lavoravo per la Mamma in un bordello senza fissa dimora per clienti di lusso.



Non mi sono mai innamorata, che io ricordi (nemmeno da Kiljian, se si esclude la passioncella giovanile per Rebecca).
A parte il legame strettamente fisico con Aurora, non avevo mai incontrato quello che avrei ritenuto essere il mio Principe Azzurro. Insomma, di principi ce ne sono stati, ad essere sincera… un paio, per l'esattezza, ed entrambi molto esigenti, se ben ricordo. Poi, certo, ci sono state innumerevoli variazioni sul tema: industriali, collezionisti di gemme, persino politici… ma nessuno di loro era mai abbastanza azzurro.
Beh, non che io lo desideri veramente, il famoso Principe, soltanto… mi sarebbe piaciuto trovarmi nella situazione spesso descritta dai libri come "idilliaca" e "sognante" e "divina"… non mi sono mai sentita coinvolta con un uomo, se non a pezzi (lingua e buco del culo, di solito). Insomma, nessuna emozione. Gemo quando devo gemere (quando me lo chiedono, o se sento male, o se godo, ma questo non capita spesso), fingo le lacrime se necessario, sussurro frasi di un'oscenità graduata come la scala Mercalli (di solito mi soffermo ai gradi più alti) e mi quando mi spoglio o mi vesto assumo le pose e la rapidità richiestemi (eccetto nei casi in cui è esplicito che debba farmi trovare con qualcosa di particolare addosso, oppure nuda). Il lavoro che faccio è la sintesi pura dell'attività di operaia, dipendente statale e artigiana: come lavoratrice salariata, svolgo le mansioni che mi si richiedono, né più né meno, e come la terza la mia paga non è mai garantita, ma spesso molto superiore a quella delle prime due categorie.
La prima volta che mi sono offerta è stato il giorno seguente al mio compleanno.
Avevo dato una festa, la sera prima, dove avevo invitato la gente che bazzicavo all'epoca, fra cui non compariva Aurora, che oramai non vedevo più da mesi.
Mi ricordo che ero in giardino, ubriaco e fatto di qualcosa (acidi, presumo), e una ragazza mi si è avvicinata mettendomi un preservativo in mano, con aria inequivocabile.
Mentre il muro sul retro della casa ammortizzava i suoi sussulti, avevo notato che un passante si era fermato a guardarci dall'altra parte dello stretto viale che attraversava il mio quartiere; l'uomo - perché era un uomo, senza ombra di dubbio - aveva un cappello in testa e un sigaro spento fra le labbra; con gesti lenti - ero come ipnotizzato, non riuscivo a smettere di fissarlo, chissà se era l'alcool a mantenere la mia erezione nel crescendo di sospiri della ragazza contro il muro - aveva tolto il cappello dalla testa (rispettoso, il suo era stato un gesto rispettoso, quasi come fosse stato di fronte a un morto o un superiore) e aveva preso a masticare lentamente il mozzicone in punta di labbra.
Ricordo di aver dato un violento scossone alla tipa, che si era abbandonata contro di me in un ultimo gemito isterico - chissà se era un orgasmo o l'acme del suo trip? - e di aver urlato al tipo "Che cazzo vuoi, guardone figlio di puttana?". Lui se n'era andato di corsa.
Ora, non credete che i miei ricordi siano legati al sesso per una questione artistica (o di marketing, per meglio dire); quello che racconto mi è successo veramente, persino le parole sono fedeli ai fatti… in realtà, dato che amavo circondarmi di libri, quando non ero a cazzeggio con il resto del branco, avevo presto imparato che un romanzo non c'entra nulla con la vita reale, e che pertanto, se ne volevo (no, pardon, se ne avessi voluto) uno mio, avrei dovuto scrivermelo. Per scrivere però non c'era tempo, così ho raggiunto un consolante compromesso: dicevo e vivevo ciò che avrei voluto scrivere. In questa maniera, avevo sempre la battuta pronta e mi divertivo a vedere le reazioni della gente (perché, dopotutto, anche se non ero proprio un figlio di papà, la mia vita era abbastanza sopportabile, economicamente non ci sono mai stati grossi problemi, e con i soldi della "paghetta" settimanale o dei lavoretti che facevo qua e là - mi piaceva cucinare, ad esempio, e vendevo torte - riuscivo sempre a procurarmi un buon libro e una bottiglia di vino passabile, alternativamente).
Come quella volta con l'ometto guardone.
Sì, era proprio un ometto, non è un eufemismo… magro, molto magro, con una coda lunga e smilza come lui. Bionda. Ricordo che il suo volto, malgrado il generale malessere che sembrò emanare, quando prese a parlarmi per la prima volta mi piacque.
- Ciao.
- Chi cazzo sei?
- Henri.
- Che cazzo vuoi?
- Fare un giro. Ti va?
- Quanto mi dai se vengo?
La domanda mi era sorta spontanea dalle labbra, mentre mi appoggiavo con baldanza ad una pensilina che incrociava il mio ritorno solitario a casa, riempita soltanto di freddo invernale. Avevo letto troppi romanzi moderni sulle puttane, e quella frase era per così dire un must che avrei voluto pronunciare almeno una volta nella mia vita.
Ad oggi, credo di non sbagliarmi nel presumere che ne avesse sorriso al buio, pregustando la continuazione che gli avevo involontariamente offerto.
- Beh, ti darò molto, ragazzo. Più di quanto i tuoi sgancerebbero per i preservativi che hai usato ieri con quella sciacquetta. Se vieni, comunque, ti darò anche di più.
Avevo capito dopo, ma ormai era fatta. Volevo quei soldi, comunque. Ho deciso da subito, e senza remore, che avrei fatto quel che mi chiedeva, preso i soldi e tornato a dormire come un angioletto a casa mia.
Si era fatto sodomizzare, molto semplicemente. Nessun piagnisteo da "checca" (all'epoca c'era ancora del palese disprezzo in me verso questa categoria), nessun preambolo su quanto fosse difficile la sua vita o stronza sua moglie. Si è offerto di leccarmi per eccitarmi, e quando si è inginocchiato di fronte a me ho avuto un tuffo al cuore, pensando che sembrava proprio uscito da una favola per giurarmi eterno amore (ma all'epoca la cosa mi ha solamente fatto incazzare, prima di tutto perché non ci tenevo assolutamente a passare per frocio, ed in secondo luogo perché di azzurro quello non aveva neanche gli occhi, figuriamoci il vestito o il mantello - nessun mantello, comunque, aveva solo una giacca verde scuro)… dopo qualche secondo d'imbarazzo e indifferenza alla sua bocca fredda, ho chinato lo sguardo e ho visto un paio di spalle sottili e strette (si era abbassato la giacca ai gomiti, sotto era nudo), su cui scendevano scomposti i suoi capelli biondi (sciolti), e ciglia lunghe che spuntavano dalle palpebre abbassate sul mio cazzo… insomma, la finzione realistica di una ragazza. Ci ho creduto e mi sono lasciato fare.
"Probabilmente era abituato a dover eccitare mocciosi etero per farsi fottere", mi sono detto prima che il sonno mi prendesse, le dita sotto il cuscino a stringere duecento dollari in contanti.





gennaio


- Insomma, Thérèse, ti vuoi svegliare o no? Mi serve il fottuto letto.
Sadie parlava così perché era cresciuta sulla strada, non per aver letto dei romanzi - e si sentiva. La sua voce era arrochita dalle urla quotidiane contro i tizi che accostavano al marciapiede ed offrivano fortune per "la ragazzina incazzosa" al quindicesimo palo (della luce, intendo). Quando era molto piccola (cinque, sei anni) era Jeanette a rispondere a tono all'ennesimo pedofilo ("Muovi il culo della tua merdosissima Spider lontano da qui, porco bastardo!"), ma poi era bastato un biennio o giù di lì perché Sadie imparasse l'arte dell'imprecare e se la potesse così cavare senza l'ausilio di sua madre.
- Torna dalla tua linda mogliettina, miserabile, io mi faccio solo gli uomini che possono pagare.
Neanche di fronte alle cifre più esorbitanti si sarebbe lasciata corrompere. Per se stessa, aveva già progetti molto chiari.
- Cristo Dio, Thé…
- Ok, ok, va bene, porca puttana, smettila di urlare, ho capito!!! Me ne vado, lasciami almeno il tempo di uscire dalle coperte…
- Non dare della porca a me, Thérèse, hai cominciato molto prima tu.
Adoravo la sua capacità di sdrammatizzare e fare del sarcasmo pulito, all'inglese.
A quell'epoca, era ancora comunque una bambina, malgrado le arie da adolescente vissuta che si dava. Quasi quattordici anni stretti in un vitino da vespa che non avrebbe mai fatto presagire un ventre già così guastato da innumerevoli intrusioni esterne, la prima delle quali risalente almeno a tre estati prima. Precocità moderna.
Quando le era venuto il ciclo per la prima volta (molto presto, a undici anni e mezzo, come sua madre), Jeanette l'aveva portata per un giorno intero a soddisfare tutti i suoi capricci (vestiti, caramelle, giocattoli), mentre la Mamma aveva concesso loro di restare per la notte in un hotel di grande lusso, appena fuori dalla città.
Il giorno seguente, Sadie (che all'epoca veniva ancora chiamata Sarah), aveva preso possesso del sedicesimo palo, ed era salita in macchina con il primo cliente della sua vita. Da quel momento, il suo corpo era stata merce molto richiesta, sulla via XYZ.
Solo dopo anni, quando io e Sadie avevamo cominciato a parlare un po', lei mi aveva raccontato di quella notte con sua madre… del bagno che avevano fatto insieme, di come l'avesse lavata e profumata di creme viscide e rinfrescanti, e di come poi l'avesse stesa sul letto - un enorme letto a due piazze, Thérèse! - e le avesse infilato con decisione le dita fra le gambe, facendole male.
- Mi dispiace, bambina, ma non riesco a tollerare che sia un frustrato qualunque a renderti impura.
Solo da qualche tempo, Sadie aveva cominciato a capire quali pozze profonde e nascoste avesse scavato la religione cattolica nel cuore di sua madre, che era stata bambina idealista e appassionata amante soltanto del sacro cuore di Cristo. Beh, per un po', almeno, fino a che aveva scoperto i soldi e la miseria (in ordine inverso, però).
Mi disse anche di come in seguito l'avesse lasciata lì, dicendole che sarebbe tornata subito, ma che nel frattempo le avrebbe mandato qualcuno a farle compagnia…
- Ti piacerà, vedrai. E tieni bene a mente quanto, voglio che non te lo dimentichi mai.
All'inizio Sadie (Sarah, era ancora Sarah, all'epoca) aveva pianto, temendo che Jeanette se ne fosse andata per sempre; ma poi era entrato qualcuno, qualcuno che non assomigliava a sua madre, e che lei non aveva mai visto - non conosceva neanche il suo odore - ma che spense la luce e cominciò ad accarezzarla piano, con delicatezza, chiedendole dolcemente dove le piacesse di più.
Lei, mi disse, si era fatta toccare a lungo i capelli - adoro quando mi lisciano i capelli, Thérèse, mi metterò con un parrucchiere imprenditore ricco e bello -, poi aveva detto "ho sonno, ma ho anche freddo… puoi abbracciarmi, adesso, così mi scaldi e riesco a dormire?"
Lui allora le aveva dato un bacio sulla fronte, e l'aveva tenuta stretta fino a che il respiro di lei non si era fatto regolare.





aprile


- Ho una proposta da farti, Thérèse.
Con le dita sudate ho lisciato la gonna, pregando che i capelli non mi si sciogliessero sulla fronte, come evidentemente progettavano di fare.
- Ti va di lasciar perdere quello schifo di strada e di passare ai quartieri alti?
Le dita si sono rilassate sulla stoffa, che sembrò frusciare di sollievo.
- Vuoi dire lavorare con Aurora e Sadie, per intenderci?
"Per intenderci, per intenderci, intercalare di merda!"
- Sì, per intenderci sì. Un terzo della posta a me, alle mie regole e senza discussioni, o nel migliore dei casi te ne vai senza il becco di un quattrino. L'unica differenza è che per te gli affari miglioreranno sensibilmente… e per me anche. Come vedi, trarrò il mio profitto, e questo è il mio secondo fine. Ti sta bene?
- Sì. Quando comincio?
- Domani notte. Il signor Zeffirelli…
- Come il regista?
"Malediz…"
- Thérèse. Non interrompermi.
- Scusami.
- Il signor Zeffirelli, dicevo, darà un party domani sera, vuole un travestito che gli faccia compagnia tutta la notte. A lui e ad altri tre amici, nello specifico.
I torciglioni che i capelli disegnavano contro le mie spalle erano incredibilmente affascinanti, nella prospettiva vicinissima e deformante che i miei occhi percepivano.
- Che genere di compagnia?
- Sadomaso. Frusta di cuoio, forse. Forse qualche lametta.
"Me ne sbatto di qualche taglietto, stronzo. Lo voglio, quel fottuto lavoro, e non saranno certo quattro idioti armati di cuoio e coltellini a spaventarmi."
- Portano tutto loro o devo comprarmi qualcosa?
- Zeffirelli è un uomo previdente, se non ricordo male.
Però mi piaceva da impazzire come si calcava il cappello nero in testa, prima di andarsene. L'unico suo tratto veramente veramente adorabile.
- A domani, Thérèse.
La sua andatura era un miraggio, un grumo colorato fra le proiezioni luminescenti dei pali della luce. Lo raggiunsi.
- Come mai l'ho saputo in anticipo? Sadie non è mai avvertita del…
"Cazzo!!!!!!!!!!!"
- La prima volta è così per tutte, Thérèse. Buonanotte.





maggio


Sadie ed Aurora sono il mio clan, il gruppo, le amiche. Sadie è strana (non saprei definirla altrimenti senza usare eufemismi), e Aurora è egoista e nevrastenica, ma sono le uniche con le quali la rivalità non impedisca di parlare per più di mezz'ora di noi.
- Allora domani ci sei dentro anche tu, eh, Thérèse?
La caviglia di Aurora ciondolava lungo il muro come il frammento di una ballerina classica, affusolata, stretta, glabra. In mezzo alle gambe, il tanga nero copriva la sua fessura, la fascetta elastica che lo reggeva spuntava dall'orlo superiore della gonna, esposto contropelle da un lembo aperto della camicetta blu. Un campanellino al collo - non per niente era La Micia, nel giro - era coperto dai capelli lisci e sottilissimi. Aveva pelle alabastrina, che tradiva pallido sangue slavo.
Il suo corpo da ragazza tisica ammetteva alternative, potendo essere affascinante od opprimente, ma la sua espressione non lasciava spazio al dubbio; era semplicemente folle.
- Ti scoccia?
- No, tesoro, no… se la Mamma ha deciso così, per me va bene…e poi, sono curiosa anch'io di vedere come te la cavi.
La sua dolcezza era straniante, ma non me ne preoccupavo. Sapevo che era qualcosa di stupefacente a parlare per lei, dentro di lei.
- Thérèse…
- Dimmi.
Con un leggero balzo si era lasciata cadere dal muretto, e mi si era stretta contro, accarezzandomi. Sentivo le sue unghie affilatissime pungermi la schiena in corrispondenza delle reni.
- Raccontami cosa ti ha fatto la Mamma…
Ho sentito qualcosa di tiepido e bagnato raffreddarmisi sul collo. Aurora stava cominciando a sbavare.
- Te l'ho già detto, non mi ha fatto niente di speciale… fronte e retro, piccola, tutto qui. Molto tradizionale, dopotutto… alla fine gli ho offerto la bocca, non ha rifiutato.
Sentivo le ciglia di Aurora sbattere come vibrisse sopra la linea marcata della mia mandibola.
- Non ci credo…
- Ma perché diavolo dovrei mentirti, me lo dici?! E poi, chissenefrega cosa mi ha fatto quello stronzo incazzoso! Dimmi cosa vuoi sentirti dire e facciamola finita!
L'ennesima volta che Aurora mi chiedeva del mio test d'ingresso, sempre convinta che la mia sola, incontrovertibile risposta fosse falsificata. Non capivo che cosa la disturbasse così, o cosa non la convincesse, nel mio primo ed unico rapporto con il nostro magnaccia - cioè la prassi, per chi entrava nel giro.
- Niente… lui…
- Che cosa…? Che cazzo farfugli, adesso? Aurora? Dai, Micia…! apri quegli occhi, aprili, maledizione…
Stava avendo uno dei soliti, frequenti collassi post trip.
Forte dei miei muscoli da ex-uomo, la sorreggevo abbracciandole la schiena, e speravo che le sue palpebre avrebbero presto accettato di risollevarsi del tutto, anziché esporre unicamente una mezzaluna di bianco perlaceo ed umido.
Dovetti aspettare un po', ma i miei scongiuri furono alla fine ricompensati da un lungo sguardo a pupille sbarrate (l'azzurro degli occhi era stato inghiottito da un'eclissi di nero inchiostrato), e da queste scandite parole: - Lui con me non ha voluto fare niente.
Dopodiché, l'ho lasciata svenire.


- … è uno nuovo…
- Sì, ma come si chiama?
- E io che cazzo ne so…
- Bah, flaccidino. Non è il mio genere.
- Non deve esserlo, Marie. È uno che lavora, non un cliente.
- Beh, cosa significa, mica deve lavorare 24 ore su 24…
Dire che questi sprazzi di conversazione mi avessero incuriosito sarebbe stato un banalissimo eufemismo… mi precipitai a vederlo.
Mi stupì.
Un tipico ragazzo (molto giovane, fra l'altro) che avrebbe fatto gola a qualunque pedofilo degno di questo nome sostava sulla porta della camera di Serge. Aveva le braccia conserte sul petto, i muscoli appena rigonfi che parlavano di palestra frequentata a metà. Intuii la curva della schiena all'altezza delle scapole che faceva da base per il resto del suo corpo contro lo stipite, mentre una gamba tesa e puntata sul pavimento permetteva all'altra di rilassarsi, il ginocchio flesso in una posa casuale.
- Bei capelli, però, che dici?
D'istinto, risalii al volto e mi ci soffermai, per sincerarmi dell'affermazione. Beh, era vero. Bei capelli, bellissimi capelli corvini che serravano gli zigomi lasciando nuda la mandibola marcata. Brillavano come se la lampadina che li illuminava fosse stata un sole di mezzogiorno.
- Chi sei?
Decisi all'istante di emergere dal gruppetto sussurrante, non mi andava di essere etichettata come la puttanella invidiosa del nuovo babyarrivato vagamente sexy.
I suoi occhi si degnarono di mostrarsi nel loro verde più sottile. Era strafatto.
- Jon.
Voce molto bassa, molto roca. Sembrava uscito da un filmone patinato stile Hollywood.
- Jo…?
- Jo va bene lo stesso.
Decisi che se doveva diventare il nuovo cocco di Serge (cosa sulla quale avrei giurato, anche se i fatti alla fine non mi diedero ragione), avrei messo da subito le cose in chiaro; nessuna rivalità fra colleghi, era una cosa che detestavo.
- Io sono Thérèse. Vedrai che… beh, lui ti piacerà.
Il ragazzo - sembrava così giovane… quanti anni avrebbe potuto avere? Diciotto, venti? Oppure tanti quanto ne avevo io quando mi ero prostituito per la prima volta? -mi scoccò un'occhiata tutta pupille, e dischiuse appena le labbra in un sospiro di assenso.
Più lo osservavo e più mi piaceva. Forse per i suoi occhi esageratamente grandi, o per le labbra da ragazza, che sbocciavano fra naso e mento come un fiore turgido, cominciai a pensare alla lingua che i denti nascondevano dentro la sua bocca, ai suoi capelli contro la pelle, a come i miei denti avrebbero arrossato la sua gola pulita, fanciullesca, seducente - ma smisi immediatamente di fantasticare su quanto volentieri me lo sarei scopato quando il corpo di Serge comparve sulla porta della stanza, una figura insonnolita e stanca, inequivocabilmente nuda.
- Tornate tutte al lavoro, fuori dalle palle.
- Ma non abbiamo appuntamenti in…
- Me ne sbatto dei vostri programmi, Marie! Non voglio pubblico, lo sai. Le strade pullulano di potenziali clienti, vai almeno ad esporre la merce, io arrivo quando ho finito qui. Via, tutti quanti.
- Ma…
- Ma non me ne frega un cazzo - e qui si indicò il pube, il raffinato - dei vostri ma e dei vostri se. Non sopporto i lavativi, e vi sbatto fuori a calci se non vi mettete subito a fare ciò per cui siete pagati. E sapete benissimo che se io vi caccio, quelli che vi raccoglieranno là fuori non vi faranno certo da mamma… quindi, per l'ultima volta, levatevi dai coglioni fino a nuovo ordine.
Serge riscomparve nella stanza, e Jo lo seguì senza battere ciglio.
"Non preoccuparti, non preoccuparti, te lo lasciamo svezzare per bene, il tuo novellino… ci scommetto che quel moccioso non ha neanche mai visto una donna nuda in vita sua!" "Già, nemmeno sua madre!"
Commenti su commenti su commenti su commenti… prevedibili, ma mi disgustavano lo stesso.
Lavoravo per Serge da quasi tre anni, ormai, e certe cose non erano mai cambiate. Riuscivo a sopportare gli scleri di Aurora, persino la spaventosa indifferenza di Sadie, ma non reggevo certe malignità eruttate dalle bocche di qualche puttanella gelosa.
E poi Jo mi piaceva - cazzo se mi piaceva - probabilmente perché mi ricordava Kilijan, o anche semplicemente perché era… poetico - bello e dannato, ecco il suo stereotipo - così decisi all'istante che l'avrei protetto come un angelo custode (in fondo anche loro hanno un sesso indefinito, no? :P), e avrei fatto in modo che non si infilasse troppe tossine in corpo (Serge non gli avrebbe mai perdonato una rissa - niente ammucchiate extraerotiche nel mio bordello -, e anche se fosse riuscito a sopportare passivamente il veleno distillato dalle puttanelle invidiose, c'erano sempre Signora Ero e Madama Coca ad attentare costantemente alla sua vita). Jo mi piaceva, sì, mi piaceva tanto che non mi sarebbe dispiaciuto vederlo bazzicare nel gruppo a tempo indeterminato - per sempre, magari.





maggio - giugno


- Come si chiamavano i tuoi genitori?
- Mia madre è ancora viva, si chiama Sonja… mio padre invece si chiamava Kiljian, il mio nome da ragazzo, e lui dev'essere morto, anche se non ne sono sicura… ha preferito il vagabondaggio alla famiglia quando io ero ancora piccolo.
I suoi capelli sul mio ventre facevano proprio l'effetto che avevo sperato di sentirmi addosso.
- I miei sono morti prima che potessi imparare a ricordarmi di loro. Mi ha cresciuto una zia, che mi voleva un bene dell'anima… credo me ne vorrebbe ancora, se potesse credere che io sia vivo.
- E perché non dovrebbe?
- Ho dato fuoco al monolocale che mi aveva comprato, dopo averle lasciato una lettera in casa in cui le dicevo di volermi suicidare.
Non pensavo che avrei mai avuto l'onore di vedere il colore delle sue iridi, invece eccole lì, larghe e verdissime, con pagliuzze d'argento, annacquate di luce.
- E perché l'hai fatto? Ti trattava male?
Scoperse gli incisivi in un sorriso dolcemente irregolare.
- Mi adorava! Ma io non avrei mai saputo ricambiare l'intensità del suo sentimento…così ho pensato che l'unico modo per farlo sarebbe stato darle un equivalente in dolore.
Parlava bene, il ragazzo. Doveva aver studiato. Doveva aver studiato tanto, almeno rispetto alla gente che ero abituata a frequentare. A volte sembrava perfino uno dei miei amati libri (avevo potuto comprarmene molti, dopo l'avanzamento di grado propostomi da Serge).
- Non pensi che le sarebbe bastato un semplice affetto di figlio?
Si volse di scatto, per guardarmi. La lampadina gli trafiggeva la faccia di un chiarore violento e glaciale, i capelli sembravano stridere sotto la luce, e i grandi occhi rifiutarla. Era bellissimo, e m'inorgoglii come se fosse stato mio.
- No, mai! Le mi amava, capisci? Avrebbe sacrificato se stessa per me, e anzi l'ha fatto, spendendo tutto ciò che guadagnava (e non era poi molto, credimi) per pagarmi la scuola, i vestiti e perfino qualche capriccio, mentre lei mi guardava con un sorriso che le metteva in risalto gli zigomi troppo sporgenti. Mi amava troppo, io dovevo andarmene… altrimenti sarebbe stato come se l'avessi tradita.
Tesoro. Braccia magre, troppo magre, non gli ho chiesto mai se non mangiasse per una sorta di autopunizione, o se quell'eccessiva snellezza fosse dovuta al suo metabolismo. Comunque era bello, bello, bello. Lo strinsi, premendo il palmo sulla sua schiena un po' ossuta. Le costole opposero una dura resistenza, in netta contraddizione con il volontario abbandonarsi del suo corpo contro il mio. Non pianse, ma ricordo i sussulti che gli scuotevano la base della nuca annerita dai capelli tagliati corti, la curva delle strette spalle contro cui premevano clavicole aguzze, da donna.





settembre


Jo era divenuto come un figlio, un figlio con il quale più volte avevo sfiorato l'incesto.
Quando l'avevo visto arrivare con tutto quel sangue sul viso, ho temuto il peggio.
- Come?
La mia domanda era stata perentoria, quasi di sfida. Parla, moccioso, parla, chi cazzo ti ha fatto un salasso in faccia?
- Una rissa. Volevano picchiarmi, li ho dissuasi dal farlo.
- Perché?
Un sorrisetto gli aveva arricciato il meraviglioso labbro superiore, ora ridotto ad un lucido cuscino di sangue, e il biancore degli incisivi sembrò una perla incisa in un astuccio di carne rossa.
- Perché cosa? Perché mi hanno conciato per le feste o perché mi sono difeso?
A quel punto l'ho abbracciato. Mi sentivo pateticamente e teneramente simile a quelle madri da pubblicità progresso che grondano amore per un figlio variamente menomato. Kitsch, ma mi piaceva.
Il suo sangue mi ha chiazzato il collo, come tante volte aveva (e avrebbe) fatto un disordinato rivolo di sperma stillato da un orgasmo prematuro in bocca.
- A parte il face painting di cattivo gusto, ti hanno lasciato qualche altro ricordino vagamente pulp?
- Diciamo che se continui a stringermi le costole mi si sbricioleranno del tutto…
Era dolce, perfino dolce… strano: bellissimo, fanciullesco e dolce. Generalmente gli efebi erano di tutt'altra pasta. Arroganti, freddi, forti della loro inestimabile giovinezza.
- Visto che non posso toccarti, puoi almeno concedermi una spiegazione come si deve?
- Vaffanculo, Thérèse! Tu e la tua stupida volontà di conoscere i dettagli! Chi se ne frega chi è stato, chi se ne frega perché!!! Mi hanno distorto i connotati e tu riesci solo a pensare ai miei… carnefici! Almeno levati di mezzo, ho bisogno di un bagno.
Le ultime parole famose, già.
Mentre mi scostavo e sospiravo con aria condiscendente, non potei fare a meno di chiedermi se fosse possibile che anche nella vita "ai margini" che conducevamo si potessero trovare le stesse banalissime avvisaglie dell'adolescenza in un ragazzo il cui pragmatismo andava ben oltre il limite previsto alla sua età.